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Fotografie dell'Uvalino.

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Studi e ricerche: uvalino

Soltanto nella memoria dei più anziani questo vino occupa un posto, seppur nascosto dai troppi eventi che hanno caratterizzato la viticoltura piemontese. Il ricordo si fa nitido e si confonde a seconda del valore che si vuole attribuire a questo vino.
Da una parte viene esaltata la sua forza, la sua capacità di irrobustire gli altri vini della zona, dall’altra viene memorizzato come il vitigno da cui si otteneva la quetta, la bevanda leggera e popolare che si consumava d’estate sul lavoro, ma i più attenti ricordano la versione passita, conservata con cura da regalare al dottore, al podestà, al farmacista ed al prete; roba di lusso insomma per far bella figura.
Poco di scritto è rimasto su questo vino, ma le testimonianze orali, assolutamente degne di fede, permettono di attestare la sua presenza in Astesana almeno dagli ultimi anni dell’Ottocento.
Da quell’epoca, benché in proporzioni quantitativamente trascurabili, risulta diffuso capillarmente ed endemicamente in tutta l’Astesana meridionale, con epicentro in una zona che ha ai suoi vertici i comuni di Costigliole d’Asti, Canelli.
Si può dire che fino ad una cinquantina d’anni fa in tale area non esistesse azienda agricola, per quanto piccola, che non destinasse all’Uvalino almeno un paio di filari dei propri vigneti. Le caratteristiche varietali dell’uva in questione portano ad escludere che si tratti di un vitigno “forestiero” importato ed acclimatato in tempi recenti, o comunque nel corso dell’Ottocento.
Utilizzato soprattutto per ‘rinforzare’ altri vini, veniva utilizzato in purezza e passito soltanto dalle famiglie più illustri ed abbienti e di connotava così con un segno di distinzione.
Avere qualche bottiglia d’Uvalino in casa era un segno di benessere oggi diremmo uno status symbol. Soltanto il fatto che era perfetto per i malati cui si dava a dosi controllate, a cucchiai, gli impediva di essere il vino gaio della festa, il simbolo della intemperanza.

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